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FARE BUSINESS A MALTA: EVASIONE FISCALE O CONTESTO PRODUTTIVO INTERNAZIONALE?

La copertina de “L’Espresso” del maggio 2017 dedicata all’inchiesta su Malta
Monaldo Giampara on 29/08/2020 - 11:55 in Europa, Finanza-Cultura-no-slider, Imprenditoria, Interviste, Manager

L’hanno intitolata “L’altro tesoro di Malta”. Quasi a volere rispondere a quella copertina de l’Espresso che descriveva il piccolo Stato europeo al centro del Mediterraneo come un paradiso per gli evasori italiani. Un’inchiesta in quattro puntate realizzata dall’unico giornale in italiano pubblicato qui, è andata a verificare se le cose stanno ancora così e, soprattutto, cos’altro può attirare lavoratori e imprenditori italiani se non la voglia di evasione… fiscale.
Altro che “L’isola del Tesoro”. A leggere questa inchiesta del Corriere di Malta sembra che il nostro Fisco tenga sotto osservazione chi investe a Malta più di chi rimane in Italia. E questo sembra annullare il vantaggio che spinge a investire lì: le tasse sono più basse, è vero, ma i contribuenti italiani devono poi pagare la differenza nel proprio Paese. E chi prova a fare lo gnorri, viene facilmente individuato grazie a un canale di comunicazione tra i due Paesi: le autorità maltesi comunicano automaticamente la presenza degli italiani al Fisco italiano (così come fanno con i cittadini di altri Paesi UE) specificando che tipo di attività hanno avviato o in quali società risultano azionisti. Su richiesta, poi, può fornire informazioni anche più dettagliate.
Secondo alcuni esperti intervistati dal quotidiano, per i reati finanziari più diffusi, come il riciclaggio, valgono le stesse regole di tutta l’Unione Europea. Anche se, come dice il presidente dell’AIRA (Associazione Italiana Responsabili Antiriciclaggio), Ranieri Razzante, «Malta è una sorvegliata speciale perché ha tardato a recepire la quinta direttiva europea in materia di antiriciclaggio. Ma, se è per questo, di recente anche la Spagna ha ricevuto un richiamo, e nei suoi confronti potrebbe aprirsi presto una procedura d’infrazione. In ogni caso, adesso Malta è formalmente in regola. Va comunque verificato se alla correttezza formale corrisponda, poi, anche la pratica. D’altra parte, in Italia abbiamo la legge antiriciclaggio migliore del mondo eppure ogni anno stimiamo cento miliardi di euro riciclati!».
Se le cose stanno così, perché allora Malta gode di una fama così negativa?

REGOLE UE SEMPRE PIÙ STRINGENTI

La risposta, ancora dall’Italia, la dà Raffaele D’Arienzo, membro del Gruppo di Lavoro Antiriciclaggio del Consiglio Nazionale dei Commercialisti: «In passato si è fatta conoscere come una giurisdizione dove si potevano pagare molto meno tasse e, dal canto nostro, la normativa italiana non era così stringente com’è oggi. Adesso anche l’Unione Europea detta regole sempre più rigorose e valgono per tutti i Paesi membri. Anche se poi applicare queste regole richiede competenze e strutture molto sofisticate, e Malta sta facendo sforzi enormi per adeguarsi».
La cultura locale, secondo D’Arienzo, cerca di conciliare due influenze molto lontane tra loro: il pragmatismo e le capacità organizzative dei britannici, che hanno colonizzato l’isola fino al 1964, e lo spirito mediterraneo, più incline a mediare e a privilegiare le relazioni umane. In ambito finanziario, però, il pragmatismo britannico si traduce nel facilitare il più possibile le attività finanziarie, a discapito anche delle attività di controllo che vengono imposte dalle autorità europee.
Per mantenere la posizione conquistata con l’ingresso nell’UE, dopo il referendum del 2003, Malta sta privilegiando la trasparenza finanziaria e normativa. E la collaborazione con le autorità italiane lo testimonia. Ma in questo modo continuerà ad attrarre investimenti esteri? Perché mai gli italiani, e non solo, dovrebbero andare a investire lì se imposizione fiscale e trasparenza finanziaria sono le stesse che lasciano in patria?

IL PARADISO DEI SERVIZI

A spiegarlo è ancora D’Arienzo: «Quando si sceglie dove aprire o trasferire la propria attività, la convenienza fiscale è solo uno degli aspetti che si prendono in considerazione; mentre si devono invece valutare un contesto socioeconomico favorevole alla specifica attività che si vuole avviare e le caratteristiche intrinseche di una località. Per fare degli esempi, una fabbrica di prodotti tecnologici la si può impiantare in un posto dove è facile trovare le competenze da impiegare nello stabilimento, mentre un’attività alberghiera può avere prospettive in una località frequentata da turisti o da uomini d’affari o che, comunque, ha delle bellezze naturali ancora da scoprire che possono essere valorizzate».
Dopo il turismo, i due settori che trainano l’economia locale sono la finanza e il gioco d’azzardo, soprattutto quello online. Anche in questi settori gli italiani sono presenti, ma non così tanto quanto si pensa comunemente. È di proprietà italiana uno degli istituti di moneta elettronica più dinamici, la Em@ney PLC, e sono italiani molti studi professionali specializzati in attività finanziarie e in gaming. Ma per quel che riguarda il gioco, secondo la Malta Gaming Authority, solo cinque delle 300 società titolari di licenza vedono italiani tra gli azionisti.
Chi conosce bene la realtà produttiva dei nostri connazionali a Malta, ne dipinge un quadro abbastanza sorprendente.

MA ANCHE CANTIERI NAVALI, MECCANICA ED ELETTRONICA

«La più grande azienda italiana per fatturato su Malta è la Cantieri navali Palumbo – dice Stanislao Filice, commercialista e consulente specializzato negli investimenti d’impresa esteri – che qui fattura quasi 700 milioni di euro e ha un indotto di 800-1000 persone. Poi c’è la Carlo Gavazzi, una multinazionale del settore della meccanica, dell’impiantistica e della elettronica industriale. Proprio nell’elettronica, poi, abbiamo la ST Microelectronics, che produce qui una parte della componentistica per automotive e dà lavoro a 3mila dipendenti».
Nonostante il territorio minuscolo, quindi, a Malta non esistono solo aziende di servizi, come il turismo, e della cosiddetta economia immateriale, come la finanza o il gioco online. Ci sono attività di produzione vera e propria con tanto di stabilimenti. Come quelli del settore farmaceutico (una settantina!) e le stamperie di valuta dalle quali escono le banconote di molti Paesi del Sud America e dell’Africa. E, per citare un business più effimero ma economicamente rilevante, anche molti dei pupazzetti di plastica della tedesca Playmobil vengono prodotti qui da 50 anni e ha perfino creato un parco a tema.
La presenza imprenditoriale straniera, quindi, non è un fatto recente. Ma negli ultimi anni, soprattutto da quando nel 2004 è entrata nell’Unione Europea, c’è stata sicuramente un’accelerazione. Ed è evidente che i Governi che si sono alternati hanno fatto di tutto per attirare gli investimenti. Ma proprio per questo si sono sentiti rivolgere spesso l’accusa di operare una sorta di dumping fiscale: una sorta di concorrenza sleale con tasse troppo basse.

 

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