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Quel rito tribale del conto corrente

Giampiero Moncada on 21/05/2021 - 08:49 in Apertura, Articoli, Finanza-Cultura, I Libri della Finanza, Uncategorized

Non si va più in banca solo per versare e prelevare soldi. Quando apriamo un conto corrente o scegliamo dove investire qualche risparmio, spesso facciamo una scelta politica. Anzi, ideologica. La convenienza economica passa in secondo piano.
Alberto Grisoni nel suo “Fintech e Tribù” spiega proprio che le nuove banche cercano di conquistare la propria clientela proponendo qualcosa di diverso dai semplici servizi finanziari: offrono l’appartenenza a un gruppo. Il fenomeno ha preso piede ormai in tutti i settori del marketing: si va al ristorante non per mangiare ma per “fare un’esperienza”. Mentre in un supermercato non si va a far la spesa ma “un viaggio tra i sapori”.
Scegliere dove aprire un conto o a chi chiedere una carta di pagamento, ormai, è come iscriversi a un circolo. O a un’associazione per la difesa di qualche minoranza etnica o di qualche specie in via di estinzione. È quasi come scendere in piazza a lottare per qualche ideale nobile. Con, in più, la forza del nostro denaro: i nostri acquisti, i nostri risparmi e perfino lo stipendio che ci viene accreditato sul conto, contribuiscono a finanziare la causa!

Grisoni riporta degli esempi semplici e a volte sorprendenti. Dalle banche americane che scelgono di schierarsi a favore di una categoria sociale discriminata, come i neri o i gay, a quelle che sposano delle cause di tipo etico, come l’ambientalismo o l’alimentazione vegetariana per rispettare gli animali. Con una differenza. Per favorire delle categorie svantaggiate è sufficiente garantire loro migliori condizioni economiche o servizi studiati espressamente. Ma per sostenere una battaglia civile bisogna cambiare la strategia degli investimenti. Cambiare la politica di gestione finanziaria. Per esempio, negando i finanziamenti ad aziende che producono pesticidi oppure a catene di ristorazione che non hanno bandito carne e pesce dai loro menu.

Grisoni conosce bene questo mondo essendo editore e direttore responsabile di una testata come AziendaBanca. Ma il suo non è un racconto tecnico e pedante. Anzi. È veloce e ironico. Anche se mantiene un retrogusto inquietante. Perché se si dovesse confermare questa tendenza, cioè l’utilizzo dei servizi finanziari come luoghi di aggregazione ideologica, prima o poi dovremo rinunciare a quel modo di dire che conserviamo dai tempi degli antichi romani: “pecunia non olet”. Chi sceglie di investire in un fondo che finanzia solo aziende rispettose dell’ambiente, rinuncia al denaro che potrebbe arrivargli dal finanziamento di aziende chimiche. Quel denaro, per lui, avrebbe proprio un cattivo odore.
Ma l’etica è soggettiva. E se esiste una banca che si schiera dalla parte dei neri d’America, chi potrebbe impedire a un’altra banca di finanziare solo imprenditori bianchi ed eterosessuali? Magari scegliendo Trump come testimonial?

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